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La luce nel buio di Auschwitz: Hanukkah nel blocco 26 del 1943. hyn

Nel 1943, all’interno del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, ogni forma di celebrazione era proibita. Le festività religiose, i riti e persino i ricordi legati alla vita precedente alla deportazione venivano cancellati con la forza. Il campo era progettato per spegnere non solo i corpi, ma anche l’identità e la speranza dei prigionieri.

Eppure, nel blocco 26, un gruppo di donne polacche trovò un modo per resistere a questa negazione dell’umanità. Decisero di celebrare in segreto la festa di Hanukkah, simbolo di luce e perseveranza.

Non avevano nulla. Nessuna candela, nessun olio, nessuno strumento religioso. Avevano soltanto un fiammifero rubato da una donna che lavorava in cucina.

La prima sera si riunirono in silenzio. Una delle donne, Rebekah, di circa sessant’anni, utilizzò ciò che aveva a disposizione: un filo strappato dalla propria uniforme e una piccolissima quantità di margarina ricevuta come razione di cibo. Con estrema cautela riuscì ad accendere una fiamma minuscola.

Quella luce era debole, quasi impercettibile, ma rappresentava qualcosa di molto più grande della sua dimensione fisica. Era un segno di resistenza, di identità e di speranza.

Per otto notti consecutive, le donne si incontrarono nello stesso modo, condividendo quella fragile fiamma. Cantavano a bassa voce, raccontavano ricordi delle loro case, delle famiglie e della vita prima della deportazione. In quel breve momento, il campo sembrava lontano.

Le guardie passavano davanti alla baracca senza accorgersi di nulla. Quella piccola luce nascosta non attirava attenzione, ma per le donne era sufficiente a mantenere viva la loro dignità.

Nessuna di loro sopravvisse fino alla liberazione. Tuttavia, una prigioniera della baracca vicina assistette in segreto a quella celebrazione e riuscì a sopravvivere. Dopo la guerra raccontò ciò che aveva visto, conservando la memoria di quel gesto.

Molti anni dopo, nel 2000, ad Auschwitz fu accesa per la prima volta una menorah commemorativa. La sopravvissuta che aveva testimoniato la storia era presente e disse:

«Loro l’hanno accesa con niente. Noi la accendiamo con tutto. Per ricordare.»

Quel gesto finale trasformò una piccola fiamma nata nel buio in un simbolo duraturo di memoria, resistenza e umanità.

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